Da giovedì 4 giugno 2026 i computer del Parlamento europeo non utilizzano più Google ma Qwant, motore di ricerca sviluppato da un’azienda francese nel 2013. La notizia, anticipata da Politico sulla base di una email interna, è stata motivata con un riferimento esplicito all’impegno del Parlamento a favore della sovranità digitale e della protezione dei dati personali degli utenti. Gli utenti potranno comunque continuare a usare motori di ricerca concorrenti o modificare le impostazioni predefinite.
Sul piano operativo, la decisione riguarda un numero limitato di postazioni di lavoro. Sul piano simbolico e giuridico, la portata è ben più ampia.
Il default come strumento di policy
La scelta del Parlamento conferma una tendenza che si sta consolidando nelle istituzioni europee: utilizzare le impostazioni predefinite dei sistemi informativi come strumento di policy industriale e di tutela dei diritti fondamentali. È esattamente la logica opposta a quella seguita da Microsoft con il flex routing di Copilot, l’abilitazione predefinita di una funzionalità che sposta dati fuori dall’UE, salvo opt-out attivo, che ha generato proteste lo scorso aprile.
Il principio è quello di privacy by design e by default sancito dall’art. 25 del GDPR. Per le istituzioni europee non si tratta solo di un obbligo normativo: è un modo per indicare al mercato quale debba essere lo standard di riferimento. Quando il Parlamento sceglie Qwant come default, non sta solo proteggendo i propri funzionari, ma sta segnalando ai fornitori che il modello di tracciamento sistematico tipico di Google non è compatibile con i valori dell’Unione.
Qwant e il modello di motore di ricerca senza tracciamento
Qwant è progettato per evitare il tracciamento degli utenti e la raccolta dei dati personali. Non costruisce profili pubblicitari, non vende dati a terzi, non condiziona i risultati di ricerca sulla base di un profilo utente. È un modello tecnicamente più semplice del paradigma Google, ma proprio per questo più coerente con i principi del GDPR: minimizzazione, limitazione delle finalità, trasparenza.
Sul piano della concorrenza, la posizione di Google è da tempo sotto pressione. L’azienda è stata sanzionata in più occasioni dalle autorità europee per abuso di posizione dominante, con multe miliardarie da parte della Commissione e conferme da parte della Corte di Giustizia. Il Digital Markets Act, applicabile dal 2024, ha introdotto obblighi specifici per i gatekeeper digitali tra cui Google, riducendone progressivamente il vantaggio competitivo derivante dall’integrazione tra motore di ricerca, browser e sistemi operativi.
Il contesto: il pacchetto sulla sovranità tecnologica
La decisione del Parlamento arriva nello stesso periodo in cui la Commissione europea ha presentato l’European Technological Sovereignty Package, una serie di proposte per rafforzare la capacità europea nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nel cloud computing. Insieme al Chips Act 2.0 e al Cloud and AI Development Act, la scelta di Qwant si inserisce in una strategia coerente: riequilibrare il rapporto con i fornitori extra-UE attraverso strumenti tecnici, giuridici e di mercato che agiscano in parallelo.
Cosa significa per le imprese
Le istituzioni europee stanno dimostrando con i fatti che la sovranità digitale non è un concetto astratto: si esercita scegliendo fornitori che rispettino determinati standard di protezione dei dati e di trasparenza. Le imprese che vogliono presentarsi come affidabili interlocutori del settore pubblico europeo dovranno tenerne conto.
Sul piano operativo, la scelta del Parlamento non comporta automaticamente per le imprese private l’obbligo di abbandonare Google. Ma in sede di gara pubblica, di partecipazione a progetti finanziati dall’UE o di rapporti con amministrazioni che applicano i propri standard di privacy ai fornitori, l’utilizzo di strumenti di tracciamento sistematico inizia a configurarsi come un fattore di rischio, non più come una scelta neutra. Il default cambia. E con il default, cambiano le aspettative del mercato.






