Nel giro di ventiquattro ore, Meta ha subito due condanne in due diversi tribunali americani.
Un tribunale del New Mexico l’ha sanzionata con 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali sulle proprie piattaforme.
Una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva accusato le due società per una dipendenza dai social network sviluppata durante l’infanzia, che aveva generato in lei ansia, depressione e problemi legati alla sua immagine corporea.
Due verdetti distinti, un messaggio unitario: il terreno della responsabilità delle piattaforme digitali si sta spostando, e lo spostamento è strutturale.
La strategia che ha cambiato tutto: dal contenuto al design
L’accusa ha costruito la propria strategia per superare lo scudo della Section 230, evitando di concentrarsi sui contenuti e spostando invece l’attenzione sulle scelte di progettazione dei servizi. È questa la mossa che rende il processo californiano storicamente rilevante. Anziché contestare ciò che gli utenti pubblicano — terreno su cui le piattaforme hanno difese consolidate — l’accusa ha qualificato Instagram e YouTube come prodotti progettati con caratteristiche in grado di trattenere l’attenzione e incentivare un uso compulsivo, soprattutto tra i più giovani. Tra queste caratteristiche: la possibilità di scorrere all’infinito, la riproduzione automatica dei video, i suggerimenti algoritmici di contenuti e i filtri per modificare le foto, accusati di acuire problemi psicologici legati al rapporto con il proprio corpo.
Il parallelo con l’industria del tabacco non è casuale. Il processo ha preso spunto dalle strategie accusatorie utilizzate negli anni Novanta contro le principali società produttrici di sigarette: anche loro furono accusate di non aver posto rimedio agli effetti negativi dei loro prodotti pur essendone al corrente. Le società di sigarette dovettero risarcire alcuni clienti per centinaia di miliardi di dollari e accettare modifiche alle pratiche di marketing, contribuendo a una diminuzione nel consumo.
Il punto debole della difesa: i documenti interni
Nel corso del processo sono emersi materiali interni che mostrano come le aziende fossero consapevoli degli effetti di alcune scelte di design, in particolare su utenti più giovani. Zuckerberg ha riconosciuto che in passato il tempo di permanenza degli utenti costituiva un indicatore centrale per valutare il successo delle piattaforme. Questa ammissione — presentata come un’evoluzione superata — ha finito per confermare che quelle dinamiche erano note e monitorate, offrendo alla giuria un elemento cruciale. Quando una società afferma di non avere intenzione di causare danni, ma emergono documenti che mostrano la consapevolezza dei rischi, si tratta di stabilire se il danno sia stato considerato e accettato come conseguenza possibile di scelte progettuali orientate ad altri obiettivi.
YouTube come piattaforma social: una qualificazione che pesa
Google ha cercato di posizionare YouTube come un servizio assimilabile alla televisione, sottraendolo alle logiche del contenzioso sui social media. La giuria ha invece accettato l’impostazione opposta, riconoscendo che anche YouTube presenta caratteristiche tipiche delle piattaforme social: il ruolo centrale degli algoritmi nella selezione dei contenuti e la capacità di costruire percorsi di fruizione personalizzati e potenzialmente senza interruzioni. Una qualificazione non tecnica ma giuridica, che apre YouTube a obblighi e responsabilità finora riservati ai social network.
Le implicazioni: oltre 3.000 cause pendenti
Il verdetto di Los Angeles si inserisce in un contesto in cui oltre 3.000 cause simili sono già pendenti in California ed è considerato un caso pilota: non crea un precedente vincolante, ma offre indicazioni concrete su come le giurie possono valutare queste controversie. I danni punitivi riconosciuti — il cui ammontare sarà stabilito in una seduta successiva — hanno una funzione segnaletica più che risarcitoria: indicano che la giuria ha ritenuto il comportamento delle aziende non solo dannoso, ma meritevole di una risposta che vada oltre il ristoro della vittima.
Conclusioni
Entrambi i verdetti convergono su un principio che le piattaforme non potranno più ignorare: la responsabilità non nasce solo da ciò che gli utenti fanno sulle piattaforme, ma da come quelle piattaforme sono state progettate. In Europa, dove il Digital Services Act impone già obblighi specifici di tutela dei minori e valutazione dei rischi algoritmici per le piattaforme di grandi dimensioni, questi verdetti americani offriranno ai regolatori argomenti concreti per chiedere conto delle scelte di design. Il vero costo dei 375 milioni e dei 3 milioni non è finanziario. È il precedente.







